Leggo con vivo disappunto tutto il rumore attorno alla questione della chiusura del blog di Vizzari. Un blog, nota bene, che alcuni definiscono “aziendale”, sentendosi così autorizzati a considerarlo un mezzo «soggetto a linee di condotta aziendali».
Non posso che concordare con Massimo Mantellini quando dice che, se un editore apre i blog per i giornalisti, lo fa perché così fan tutti o perché (mumble, mumble…) accetta che siamo nel terzo millennio e gli indirizzi IPv4 stanno finendo.
Sì, mumble mumble, perché sarei piuttosto incline a considerare che i grandi editori hanno affrontato quello che per loro era un problema - cioè l’avvento dell’esistenza dei blog - cercando la soluzione meno dannosa. Il grande Giulio Andreotti ha detto: “se non puoi battere il tuo nemico, fattelo amico”. Basterebbe analizzare che differenza (vera) c’è tra gli articoli del New York Times Technology e la sezione BITS (Business, Innovation, Technology and Society) dello stesso quotidiano, l’area blog che la Old Gray Lady ha dedicato alla stessa branca. È una sola: negli articoli non si usa (giustamente) la prima persona singolare, mentre nei blog si usa. Ma il contenuto editoriale è lo stesso, l’affidabilità è la stessa. Lo dimostra il fatto che, quando Paolo De Andreis mi invia le segnalazioni per gli articoli da scrivere per Punto Informatico e capita di far riferimento al New York Times, non fa alcuna differenza se mi segnala un articolo o un post del BITS: la fonte è il New York Times, questo è ciò che importa. Graficamente, il BITS ha la stessa impostazione, è solo scritto con passo di carattere più grande e ha i commenti in fondo - se no, che blog sarebbe?
Al contrario, se le segnalazioni si riferiscono a dei blog “veri” (intendo al di fuori del perimetro aziendale di una realtà editoriale consolidata) le cose son due: o Paolo conosce bene quel blogger (è il caso di ieri, quando Dario Bonacina ha scritto sul bicentenario di Meucci e Paolo mi ha segnalato, tra le altre cose, il post, che peraltro avevo già letto), o mi precisa “fai attenzione, verifica, questo è quel che si dice”. Perché l’articolo, per il giorno dopo, non sarà un post ma un prodotto editoriale vero.
Cosa significa tutto ciò, a cui si aggiunge - ci ha appena fatto caso anche Dario per la specifica area Italia - l’agenzia Reuters, che si accoda al treno?
Semplicissimo: il blog è fresco, immediato, veloce, duepuntozero. E spesso, troppo spesso, arriva prima della struttura editoriale, che condivide con i blog, oggi come oggi, il mezzo di diffusione, che è Internet. In altre parole, il blog gli toglie pane.
Tornando a l’Espresso, che ha pubblicato un’inchiesta sulle adulterazioni dei vini proprio in corrispondenza del Vinitaly, direi che l’impostazione scandalistica a ridosso di un evento collegato sia una dinamica editoriale della quale nessuno si dovrebbe stupire. Come già avevo auspicato, sui vini occorrerebbe maggiore (direi assoluta) serietà , specialmente su quelli italiani, le cui uve sono da sempre in lotta testa a testa con quelle francesi nella produzione mondiale.
Quando facevo riferimento ad un’amica americana che lavora per Winebow, non lo facevo per far pubblicità a lei o all’azienda per cui lavora. Lo dicevo perché i vini italiani di qualità - che lei seleziona accuratamente per Winebow, venendo regolarmente non solo al Vinitaly ma anche ad altri importanti eventi simili - sono per l’azienda motivo di esistenza e le adulterazioni di certo non giovano al suo futuro.
Dunque, concludendo questo mio borbottìo, non avrei alcun dubbio. Un blog vero è quando lo si apre su WordPress, su Blogspot o altri online, oppure in proprio, aprendosi l’hosting e installando il software o altre dinamiche simili. I blog dei quotidiani, dei giornali e dei grandi gruppi editoriali, a mio modestissimo avviso sono - e saranno sempre - millantati blog, nient’altro che un goffo tentativo di esibire un’apertura mentale che, per definizione, dista anni luce dalla concezione di “giornale”. In pratica, l’uso dei blog da parte dei quotidiani è diventato un modo per avere delle notizie flash di lusso, più ricche e meno concise, ma ugualmente veloci, con la “bolla papale” di affidabilità costituita dal nome del giornalista, lo stesso che firma gli articoli sul quotidiano o settimanale che sia. Perfetta applicazione del criterio andreottiano e prova provata della assoluta volontà di circonvenire il problema, non di capirlo e risolverlo.